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Dove sono le tenebre, fa' che io porti la luce

“San” Tex tra lupi, complotti e “guerre" indiane
Recensione di  |   | tex/


Dove sono le tenebre, fa' che io porti la luce
 


Scheda IT-TX-664-665

Dopo la recente Carovana di audaci, che lo vedeva nelle vesti di sceneggiatore di un soggetto altrui, Tito Faraci torna solitario al posto di comando con una storia nata ben otto anni fa, successivamente rielaborata, nella quale il classico tema faraciano dell’individuo "braccato" viene inserito nel classico canovaccio texiano del complotto ordito da bianchi cattivi, teso ad ottenere la cacciata degli indiani dalle loro terre.

Che dire? Si potrebbe azzardare a definire il primo albo come preparatorio di ciò che avviene nel secondo, considerato che a pagina venti di Insidia nella neve Tex e Carson sono ancora ben lungi dall’avere trovato il giovane caporale fuggiasco e/o i veri motivi della sua scomparsa, ma nel compenso hanno eliminato cinque Utes in due differenti "incidenti" (così li chiama Tex) che hanno quanto meno consentito ai Nostri di annusare "una gran puzza di zolfo", preludio dell’incendio pronto a scoppiare tra Esercito e Utes. I paesaggi innevati del Nord-Ovest del Colorado - ben resi da Alessandro Nespolino - fanno da sfondo ad una prima parte in cui Tex e Carson procedono senza fretta, limitandosi a fare il minimo sindacale: danno una "spuntatina alle zanne" al solito "cattivissimo" con ghigno, stavolta un sergente avente le sembianze di Lee Marvin; conversano col comandante di Fort Norton, ma senza fare le domande giuste (in senso texiano, ovviamente) e senza indagare per loro conto; vanificano, in maniera pacifica, il progettato agguato ai loro danni; salvano dall’attacco dei lupi un taglialegna rimasto ferito, ottenendo, come ricompensa dell’averlo accompagnato presso il fratello, l’indicazione di una "scorciatoia" per giungere al luogo ove dovrebbe nascondersi il fuggitivo. Non mancano: i consueti flash-back che ricostruiscono il passato del co-protagonista, nella fattispecie la vita al forte e gli eventi che hanno indotto il giovane alla fuga (successivamente rispiegati a voce dal diretto interessato); qualche altra ripetizione nei dialoghi tra i soldati e tra i due pards; la scena in cui il "cattivissimo" di turno mostra quanto è cattivo picchiando e umiliando un sottoposto (omologa, in precedenti storie, alla scena in cui il cattivo uccide un suo sottoposto per ribadire la sua leadership); alcuni scambi di battute tra i due pards - tesi probabilmente a destare il riso, ma che tuttavia (e purtroppo) sorridere non fanno - con Carson nella veste di spalla "anziana" e brontolona oltre che di tramite tra Tex e i lettori poco svegli, a beneficio dei quali puntella con ammiccamenti, pensieri, commenti e anticipazioni tutte le (poche) azioni compiute dal suo pard.

Il segno del potere
Tex 665, pag.66 - Tavola di Alessandro Nespolino

(c) 2016 Sergio Bonelli Editore

Il segno del potere<br>Tex 665, pag.66 - Tavola di Alessandro Nespolino<br><i>(c) 2016 Sergio Bonelli Editore</i>

Albo preparatorio, dunque? Ma di che cosa?

Sono due le sequenze che risaltano nel secondo albo. La prima si apre con l’enfasi (sei tavole) riservata alla vestizione di Tex con il sacro wampum e all’approccio - in nome della fratellanza - tra Tex e le sentinelle Utes, per concludersi con la "lezione" che Tex impartisce al giovane Corvo Veloce e che vede il Nostro schivare i colpi e rifuggire dal rifilare all’avversario anche solo uno sganassone, e il "guerriero" incespicare, cadere e farsi disarmare, per poi rialzarsi definitivamente ammaliato, ammansito, conquistato dall'aura carismatica sprigionata dal portatore di wampum, in quello che è probabilmente il primo esempio di osmosi unilaterale della saga. La seconda sequenza è quella dello "scontro" con i soldati: Tex sostituisce un segno di riconoscimento/potere con un altro, il wampum con la stella di ranger e, dopo una sparatoria che fa un solo cadavere per parte, si espone arditamente al nemico - nuovamente con le braccia allargate (cfr. pag.69 e pag.101) - riuscendo, in poche pagine, ad "evitare un massacro" e ad ottenere l’ammissione di colpa non solo da parte del cattivo sergente - a cui nel frattempo salva pure la pelle - ma anche dei suoi complici e di uno dei due maneggioni dell’Est, evidentemente terrorizzato dall’infelice esito della reazione dell’unico complice con un po’ di spina dorsale.

Questo però non vuol dire che il suo Tex sia accettabile né che si debba passare sopra a tutto il resto

Una cosa è certa, e di questo ci toccherà prima o poi essere grati a Tito Faraci: in una sua avventura non vedremo mai il Tex ignavo e fanfarone che per troppo tempo ha campeggiato nelle storie di un ben noto e indimenticato autore, almeno stando alla versione supereroistica, quasi santificata, che del primo Eroe di casa Bonelli Faraci ha pressoché costantemente proposto.

Questo però non vuol dire che il suo Tex sia accettabile né che si debba passare sopra a tutto il resto: alle lungaggini, seppure sapientemente dosate, che fanno da contraltare a soggetti già di per sé scarni e ripetitivi; alla noia, che quasi automaticamente le sue storie suscitano; alla freddezza della narrazione, che trapassa inesorabilmente all'algido protagonista, rendendolo alfine antipatico; alla contrapposizione stereotipata tra i buoni, che più buoni non si può (che oltre ad essere innocenti sono anche bambini, giovani, negri, ritardati, vecchi e sciancati) e i cattivi, che più crudeli e cattivi non si può, ma che alla resa dei conti si rivelano delle macchiette; alle situazioni bambinesche, qui amplificate da diversi primi piani dei "guerrieri" Utes, dei soldati e dei due fratelli taglialegna, che Nespolino ritrae chi con i dentoni, chi con la mascellona, in entrambi i casi con espressioni che poco o nulla si addicono a indiani fieri, soldati in missione e lavoratori duri e instancabili o, in generale, a qualunque personaggio che appaia in un'avventura che reca in copertina il logo Tex.

Uomini, mezz'uomini, ominicchi, (...) e quaquaraquà
Tex 665, pag.108 - Tavola di Alessandro Nespolino

(c) 2016 Sergio Bonelli Editore

Uomini, mezz'uomini, ominicchi, (...) e quaquaraquà<br>Tex 665, pag.108 - Tavola di Alessandro Nespolino<br><i>(c) 2016 Sergio Bonelli Editore</i>

Il lavoro del disegnatore napoletano - sia chiaro - è per il resto valido. Il suo è un tratto chiaro e pulito, di facile lettura, che ha saputo mantenere una buona e uniforme qualità grafica, nonostante la temporanea interruzione. Il suo Tex è abbastanza centrato, un po’ meno quando indossa il cappello, ma si sa che l’appropriazione del volto, della corporatura e della maestosità della figura di Tex è un impegno che a un disegnatore spesso richiede degli anni.

Un’altra storia da dimenticare, purtroppo. Speriamo che, con il nuovo corso inaugurato da Carovana di audaci, sia anche l’ultima.

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